domenica 30 dicembre 2018

Botti di Capodanno, che fare?


 Come ogni anno in questo periodo si torna a parlare di botti e del terrore che molti dei nostri amici a quattro zampe manifestano dinanzi a essi, una situazione davvero spiacevole che può sfociare in diversi comportamenti compulsivi e che è in grado di condizionare fortemente le nostre serate di festa in compagnia dei nostri cani.

 La richiesta da parte delle persone che si informano sui metodi per placare le ansie o per risolvere i problemi connessi genera in rete una proposta assai vasta di risposte. Spesso queste risposte arrivano anche da persone titolate, con competenze specifiche, ciononostante presentano a volte inesattezze, o letture errate di studi più recenti. A volte rimangono fortunatamente parole perse nel vuoto, altre purtroppo generano comportamenti sbagliati, con esiti spesso disastrosi. E’ il caso dell’articolo di recente pubblicato dalla dottoressa Gargano, relativamente agli abbracci e alla possibilità di “confortare” il proprio cane in crisi di panico con gli stessi. 
Citando a riprova della sua teoria lo studio della Dottoressa Kerstin Uvnas-Moberg, luminare in campo degli studi sugli ormoni del “benessere”, nei quali si ottiene palese conferma della produzione di ossitocina durante gli abbracci… dimenticando però che lo stesso studio, ahimé, conferma quanto già risaputo dai tempi di Eibl-Eibesfeldt, ossia che tutto questo si realizza esclusivamente tra primati, uomini e scimmie, che sono gli unici esseri viventi a usare l’abbraccio per dimostrare affetto, protezione e quant’altro.
 Aspetti decisamente più pregnanti (ma qui parliamo di una studiosa che vive con i cani) vengono esposti dalla dottoressa Gallicchio e ci consentono di percorrere le varie tappe attraverso le quali si va realmente fissando questo problema e di dimostrare come molto probabilmente siano proprio gli atteggiamenti sconsiderati da parte nostra, nel vano tentativo di porvi rimedio, a produrre gli esiti più terribili. Chiunque infatti affronti sul campo la soluzione dei problemi comportamentali ben presto si accorge della scalarità con la quale il problema si manifesta. Nessun cucciolo entra nel panico al primo botto. Tutti i proprietari segnalano una crescente paura, che si va marcando anno dopo anno, sino a sfociare in episodi fobici puri, incontrollabili. Cosa accade? Come spiega la dottoressa Gallicchio, il cucciolo rimane probabilmente perplesso, dubbioso, di fronte a questi scoppi potenti ai quali non sa dare una spiegazione e cerca conferme attorno a sé, ma occorre che si associ a questa condizione qualcosa di spiacevole che ne marchi o ne confermi in qualche modo lo status di “pericolosità” per il cane affinché si trasformi in paura. Esattamente come accade per i forti temporali e per tutti quei fenomeni impressionanti ai quali il cane non sa dare un’origine o una spiegazione. 

Esempio classico è quello del cane che si ritrova chiuso in terrazza allo scoppio di un temporale, senza possibilità di fuga, ma non solo. Se infatti ci è facile capire le dinamiche che scattano nella mente del nostro povero amico nella condizione specifica appena citata, in altri casi risulta più complicato comprendere chi e cosa giunge, nel corso degli anni, a confermare al nostro compagno la giustezza del suo crescente terrore. Da buon osservatore e allievo di Lorenz escludo a priori l’interpretazione e cerco conferme nel mondo animale attorno a me. La prima, potente, mi giunge chiara da tutte le specie animali che vivono allo stato brado, le quali non entrano nel panico dinanzi ai noti fenomeni atmosferici. Questo quindi (non bastassero gli esperimenti in materia compiuti negli anni da molti studiosi) esclude in primis dai possibili “indiziati” ogni fenomeno naturale. Assolto “il resto del mondo”, mi restano quindi i bipedi vestiti, con i loro usi e costumi, le loro abitudini, le strutture che compongono il loro mondo. E qui mi fermo, perché, se non riesco a dire con precisione matematica quale sia il comportamento corretto da tenere, con certezza conosco quali sono invece i comportamenti da evitare. In pratica tutti quelli tenuti dalle persone che hanno cani che manifestano fobie in questo senso quando i loro cani entravano in stress. Mi pare ovvio. Di qui la mia domanda: quanto diffuso pensiate sia tra i proprietari il comportamento di confortare, coccolare, blandire a parole un cane spaventato? La risposta è altrettanto ovvia:

estremamente diffuso. Come negare che è la cosa che ci viene più spontanea? Ce lo dice la nostra biologia che, da bravi primati, “sa” quanto sia confortante per noi un abbraccio, quale scarica di ormoni “positivi” esso generi, come detto sopra. Ma solo per noi primati. Mi si obietterà che i nostri cani gradiscono le coccole e gli abbracci. Questo è vero, ma è un comportamento acquisito, che imparano tanto quanto un nuovo linguaggio. E per farlo hanno bisogno di tempo e di conferme, ma ci arrivano. I cani sanno imparare nuovi linguaggi, e non solo quello dell’uomo, come dimostrano i milioni di cani che vivono in totale armonia e simbiosi con i gatti nelle nostre case. Ma esattamente come accade per noi quando impariamo un nuovo linguaggio, hanno bisogno di tempo. Di certo un cucciolo non sa godere di un abbraccio, come sanno bene tutti gli allevatori fin dal primo momento in cui han provato a strapazzare di languide coccole un tenero cuccioletto. Un cucciolo in braccio le prime volte entra subito in stress, sbadiglia e distoglie lo sguardo, è in tensione.
 Insomma, vorrei tanto poter dare ragione alla dottoressa Gargano ma un cucciolo spaventato certo non trae beneficio dal nostro tipo di conforto. Anzi. Riceverà segnali che interpreterà secondo il suo linguaggio, assai probabilmente trovando conferme al suo status di stress.

Se poi vogliamo anche addentrarci in una presunta possibilità di umana funzione dell’abbraccio sul cane, dobbiamo considerare che anche per noi lo stesso genera differenti livelli di produzione di ossitocina, conformemente alle varie situazioni. Va da sé che da bambini l’abbraccio della mamma ha un potere assoluto, vincente dinanzi a qualsiasi mostro terrificante. Ma provate a pensare a voi, se alla stessa età, in una situazione analoga, foste stati abbracciati da un altro bimbo o da un adulto altrettanto tremebondo: credete forse che ne avreste avuto i medesimi benefici? 
Anche per noi conta quindi “chi” compie l’azione, e qui occorre allora chiedersi “chi” siamo noi, eventualmente, per i nostri cani. Chiediamoci soprattutto quale tipo di personalità possiede quel proprietario che si tuffa a confortare il suo cane a suon di coccole e con voce mielosa e quale sia quindi il ruolo che ricopre per il suo cane. Certamente il suo abbraccio verrà letto in maniera similare a quello di un fratellone impaurito. 

Ancora una volta ciò che mi conferma questa affermazione giunge dalla comparazione degli studi effettuati, onere purtroppo troppo spesso dimenticato dalla scienza odierna. Se cerchiamo il motivo della presenza dei buchi neri di conoscenza tra scienze umane affini lo dobbiamo purtroppo a questo enorme limite degli studiosi e del mercato che li occupa. Dalla pratica osservazione del problema attraverso educatori e comportamentisti attivi abbiamo chiaramente evinto come il problema sia particolarmente marcato nelle razze da pastore conduttore, assente del tutto nei difensori e nei molossoidi. Cercare delle risposte nella sensibilità degli uni rispetto agli altri è fuorviante e, fermandoci a questa semplice osservazione potremmo aprire la strada a un mare di differenti e fantasiose spiegazioni.  Per capire invece il motivo per cui questo accade dobbiamo riferirci alla scala neotenica e all’età mentale che raggiunge un cane da adulto. Scrivendo i nomi delle varie razze accanto ai vari gradini, ci accorgeremo infatti che il problema aumenta con l’aumentare dell’età mentale che una razza raggiunge allo stadio adulto. Tanto maggiore è, quanto più risultano “sensibili” alla paura di botti e temporali. Capire perché questo accade ci regala la conferma di quanto affermo o, quanto meno, la certezza di cosa non fare, poiché rientra fra gli atteggiamenti a rischio. 
Infatti soltanto inserendo questa ideale cartina tornasole attraverso gli indizi provenienti da diverse aree di studi ho trovato la risposta, che risiede nella diversa ottica attraverso la quale un pastore conduttore (cane adolescente o preadolescente) osserva il suo “bipede”, rispetto a un molossoide (cane infante) e affini. Per il cane infante infatti il bipede molto facilmente rappresenta la mamma-Dio, ruolo che si ricopre per automatismo e le sue certezze biologiche derivano dal contatto con la stessa, dal fatto che sia presente, effetto bastante a garantire vita e sicurezze.


Diversamente nel periodo preadolescenziale, così come in quello adolescenziale, esiste la massima attenzione a quelle che sono le azioni dei soggetti di riferimento, dei leader, l’ottica attraverso la quale il cane imposta la sua vita è differente. Se per il cucciolo l’obiettivo primario della vita è non perdere il contatto con mamma-tutto, che rassicura e nutre, con la crescita l’obiettivo diventa la cooperazione col leader, che si sublima nell’atto della caccia comune. Sempre con il medesimo obiettivo quindi, nutrirsi e proteggersi, ma con diversa motivazione e quindi, con diverse risposte ai medesimi stimoli. Per i primi infatti è fondamentale che la madre ci sia, per i secondi invece non conta la presenza ma ciò che fanno i leader, i suoi riferimenti nel gruppo. Attenzione quindi non più alla persona, ma all’azione che la stessa compie, come espressamente richiesto in quella delicata fase formativa e per il resto della vita. 
Per questo mi sento di poter affermare che molto spesso sono i nostri vani tentativi di confortare i nostri cani a renderli sempre più sensibili ai botti, anno dopo anno. Sono le nostre reazioni, fosse anche soltanto il vagare per casa cercando soluzioni di tutti i tipi, perché questo ho visto e ascoltato nei racconti dei proprietari in questi anni. Quando ti rendi conto di aver preso una strada sbagliata ad un incrocio torni indietro e poi tutto puoi fare, tranne scegliere nuovamente la stessa strada. Regole empiriche che i navigatori hanno reso inutili e gli studiosi han dimenticato. 

Una volta compreso questo la strada che personalmente ho imboccato con buon successo da qualche anno si chiama “fiesta grande”. Sicché i rintocchi della campana terrorizzante, il rombo terribile del tuono, lo scoppio del petardo, per me diventano lo squillo di trombe che segnala l’inizio della festa del cibo. Solo gioia, dalle mani cadono prelibatezze di qualsiasi tipo. Non sono un rude e io me la gioco così. Affermare che non si deve coccolare un cane spaventato non significa fare i duri o essere insensibili, la vera sensibilità di un buon bipede sta nel capire ciò di cui ha bisogno il suo cane e comportarsi di conseguenza. Quindi tenete in tasca la voglia di tenerezze per l’ultimo dell’anno e siate pronti a sparare pezzi di panettone e allegria assieme ai petardi dei vostri incoscienti vicini. Fatelo coi cuccioli soprattutto e non troveranno conferme ai loro dubbi. Molti addirittura lo digeriranno come un fastidioso segnale positivo.
Per i proprietari invece di soggetti adulti che presentano già il problema in maniera marcata si può provare. Qui dipende dall’età e carattere del soggetto e da quanto siete bravi voi come festaioli!!!
Godetevela così, con buona pace degli aspiranti teneroni a tutti i costi.
A capodanno nessuna dolcezza…. Ma molti dolcetti!
Buone Feste a tutti!








domenica 18 febbraio 2018

Opalini di tutti i colori

 La nascita dei nostri piccoli è sempre un grande momento di attesa, aspettativa e felicità .
In questo senso anche l’arrivo degli Opalini, i cuccioli di Opal e Ozzy, è stato come sempre motivo di gioia infinita e di euforia contagiosa perché amiamo moltissimo questi due pelosi… così come tutta l’allegra brigata di spargipelo, d’altro cantosicché l’occasione di una nascita, che per noi è comunque sempre “la” nascita, ci fa diventare come quei nonni che stanno attaccati al vetro delle nursery a litigare per il dominio delle somiglianze familiari dei piccoli neonati. Verificare le somiglianze e le peculiarità che più ci piacciono dei genitori riflessi sui loro piccoli è quasi una gara a chi ne scopre di più perché mette in gioco abilità nel riconoscerle, abilità che, puerilmente, ci fanno sentire davvero grandi e orgogliosi allevatori. Una cucciolata oltre a essere un meraviglioso momento di pura felicità fine a se stessa è anche un buon momento di riflessione sul lavoro di allevamento, un importante tassello che si aggiunge a un puzzle che mai si completa e che sempre si modifica, nella speranza e convinzione che ciò avvenga per il meglio. 
E il ruolo dei colori, nei Cardigan molto più che nei Pembroke, è parte importante di questo lavoro poiché la volontà di rispettare le regole dettate dallo standard italiano (ENCI) e internazionale (FCI) ci pone di fronte a una questione da tempo irrisolta, quella dell’importanza o meno di creare delle discriminanti su basi estetiche quali il colore del pelo, del semplice tartufo (il naso) e delle rime palpebrali, come vedremo nel nostro caso. Sui nostri Cardigan eseguiamo i principali test genetici per la tutela della loro salute ed eseguiamo anche quelli per la trasmissione dei colori proprio per cercare di pianificare gli accoppiamenti nel modo migliore ma come natura insegna la diversità genetica è un patrimonio inestimabile e se l’attenzione alle trasmissione delle malattie genetiche per noi è rilevante, prioritaria e condizionante, quella per la trasmissione dei colori sinceramente ci lascia un po’ perplessi.
A rigore di standard nel Cardigan sarebbero ammessi tutti i colori di pelo: il problema sta invece nel colore del naso, rime palpebrali e labiali, che deve essere nero. Cosa che di fatto porta a escludere tutti i colori a base fegato, o marrone che è chiaramente una semplice colorazione e nulla ha a che vedere con degenerazioni o patologie. Non bastasse questo, l’evidenza è data dalle numerose razze da lavoro in cui è presente la colorazione marrone e molte delle quali (tipo lo Sheperd Australiano, il Cattle dog, il Kelpie, tanto per citarne alcune) svolgono addirittura le medesime mansioni del nostro amato Gallese a gamba corta necessitando, presumibilmente, di simili attitudini. Da tempo ormai i biologi genetisti, quelli stessi che ci aiutano a identificare tramite analisi del DNA ciò che reca o meno il genoma dei nostri beniamini, ci ammoniscono sul fatto che il vero rischio per una specie sta nella poca variabilità genetica, non nelle mutazioni che sopravvengono.
Non esiste una sola specie vivente, animale o vegetale, che si sia estinta per una mutazione sopravvenuta nel proprio genoma e che la rendesse inadatta alla vita! Ormai sappiamo bene che le specie viventi possono essere presenti in miliardi di esemplari sulla terra e rischiare di estinguersi se questi esemplari presentano tutti lo stesso genoma. E’ il caso della banana Cavendish,
distribuita in miliardi di piante ma tutte provenienti dal medesimo clone, sterile, quando è stata aggredita da un banalissimo fungo che però ha avuto un effetto devastante su quell’unico genoma che evidentemente non recava in sé la capacità di contrastarlo. Cosa che invece sarebbe sicuramente accaduta a più riprese se la popolazione esagerata di banane commerciali del mondo avesse trovato origine da diversi cloni provenienti da differenti piante. Se vi piacciono le banane voglio tranquillizzarvi, abbiamo imparato la lezione e salvato la permanenza di questo frutto esotico sulle nostre tavole.
Creando ovviamente una base che possedesse una ampia varietà genetica. Usando cioè più cloni di ceppi differenti. 
Ora, a fronte di tutto questo e soprattutto poiché parliamo di una razza come il Cardigan, presente invece in alcune migliaia di esemplari soltanto nel mondo, una qualsiasi azione che escluda una parte di genoma (rappresentata da quei soggetti portatori di alcune caratteristiche) arbitrariamente, senza cioè nessuna motivazione legata alla salute o all’attitudine richiesta, ci pare davvero una azione sconsiderata. Non vi sono altre parole. Controlliamo e in qualche modo marginalizziamo già giustamente quel che serve: oggi lavoriamo esclusivamente su soggetti liberi da Atrofia Retinica Progressiva (PRA free) e offriamo la garanzia di soggetti che non siano a rischio per la Mielopatia Degenerativa (DM), le due patologie che si possono manifestare nella razza e che sono controllabili tramite esame del dna.
Controlliamo il carattere e la morfologia, anch
e qui ovviamente “selezionando”… il che comunque in qualche modo significa escludere. Pensiamo possa bastare così, ed è questo il nostro obiettivo. Sicché, scegliendo di accoppiare Ozzy e Opal, sapevamo che entrambi erano portatori dell’allele b, che determina la diluzione del nero in marrone sia nei tricolori, nei quali appunto il prevalente colore nero diventa marrone, sia nei blue merle dove le parti di nero diventando marrone danno al colore l’aspetto e la conseguente denominazione di “red merle”. Sapevamo quindi che avremmo prodotto molto probabilmente dei soggetti fuori standard per quanto riguarda il colore. A conti fatti si sarebbe dovuto trattare di un soggetto o due al massimo, stando a quanto evidenziato da Mendel. Ma, come sempre accade in questi casi, piuttosto che non osservare le leggi trascritte dal Grande Padre della genetica, i nostri puffolotti dimostrano chiaramente la veridicità della legge di Murphy (avete presente… quella che fa arrivare l’autobus soltanto quando voi vi siete allonanati troppo dalla fermata) e sembrano frutto della fantasia di Arlecchino . Già, i nostri bellissimi otto Opalini sono nati di tutti i colori!
Due bei maschietti brown e due red merle…. Ovviamente con gli occhi azzurri… non ci facciamo mancare nulla! Noi li guardiamo crescere e, mentre il buon Murphy si frega le mani, riconosciamo quanto morfologicamente un paio di questi siano assolutamente grandiosi. Pensiamo con rammarico che se fossero nati qualche anno fa oppure se appartenessero a un’altra razza sarebbero forse i soggetti di punta della cucciolata e avrebbero forse visto riconosciuto a tutti i livelli il giusto merito. Non sarà così ma poco conta, perché fortunatamente qui in Italia l’ENCI non pone restrizioni nell’allevamento ma solo nelle esposizioni, quindi si tratta semplicemente di trovare un altro tipo di divertimento, se è questo il problema. Purtroppo però non è così ovunque nel mondo ed esistono altre realtà, come ad esempio in Francia, Svizzera, Slovenia, dove non si può far riprodurre un soggetto se questo non ha superato una sorta di esame che ne verifichi la morfologia, cioè l’attinenza allo standard ufficiale. E questo porta per forza all’esclusione di soggetti sanissimi, bellissimi, bravissimi magari perché hanno un occhio celeste e sono neri o hanno il naso marrone.
Ancor più stupidamente poiché trattandosi di di portatori di geni recessivi possono, con i giusti accoppiamenti, generare soltanto figli dai colori “graditi”, restituendo intatto il panorama genetico alle generazioni future. Invece, certuni chiedono di gettare via un intero corredo di ricchezze per una macchiolina bianca in un posto dove è stato deciso che non sta bene, con degli effetti devastanti su quello che è la salute futura di una razza. E questo nel nome di una cinofilia che invece con atteggiamenti ignoranti e ottusi si va uccidendo.

venerdì 8 settembre 2017

No e sempre no ai cani di moda

Che le due razze siano in piena e forte ascesa ormai si è ravvisato da tempo e che questo non sia auspicio di conseguenze positive anche.
Abbiamo davanti agli occhi diversi esempi di razze rovinate geneticamente ed esteticamente per effetto delle tendenze del momento e l’idea che anche il Corgi possa subire simili mutamenti francamente mi terrorizza. 

Mi terrorizzano e pietrificano anche la quantità di messaggi che pervengono giornalmente alla nostra casella di posta elettronica con domande più o meno insulse, tanto che alla maggior parte rispondiamo, cercando di essere cortesi (e a volte è davvero faticoso!), in modo stringato ed evasivo con nessuna intenzione di affidare i nostri piccoli a persone tanto superficiali.
Allo stesso modo non riceviamo in visita persone che non abbiano già le idee chiare.

Perché spesso si pensa a un allevamento come a una struttura a se stante dove si trovano più o meno cani da vedere a giorni e orari fissi come in un negozio. Il nostro non è di questo tipo, i nostri pelosi vivono con noi e le persone che vogliono conoscerli visitano la nostra casa. Ecco, sono francamente stanca di ricevere nella mia casa, nella mia intimità chi molto spesso sta solo facendo il classico giro domenicale a vedere cuccioli anziché andare al Centro Commerciale e nel nostro caso visto che abitiamo vicino al mare dopo aver fatto la canonica passeggiata in spiaggia oppure, se è estate, dopo una giornata trascorsa ad abbronzarsi e li vedi arrivare paonazzi, in costume e ciabatte infradito!

Molte volte non sanno nemmeno la differenza tra il Cardigan e il Pembroke e sembra che uno valga l’altro purché sia Corgi, sicuramente con una leggera preferenza per “quelli arancioni”. Per carità, saranno anche affini, ma hanno pur sempre delle differenze, delle peculiarità, delle caratteristiche che li diversificano e che dovrebbero essere più che sufficienti per far riflettere su quale potrebbe essere dei due un futuro compagno di vita. Bè, fa niente, è lo stesso, sono inezie… ma siamo impazziti?!?!? Un’approssimazione, un pressapochismo inaccettabile se pensiamo che stiamo pianificando il destino dei nostri piccoli.
E dopo anni di campagne contro l’abbandono dove è stato sottolineato fino alla nausea di non regalare cuccioli in occasione del Natale, compleanno ecc., ecco ora proliferare, anche per le nostre razze, richieste di questo tipo e quando si tenta di spiegare perché non è positivo

scegliere un cane per interposta persona per poi regalarlo magari all’insaputa dell’interessato che probabilmente lo avrà visto in qualche film o cartone e avrà espresso ad alta voce  il classico desiderio di averne uno uguale ma allo stesso modo di chissà quanti altri “oggetti”, a quel punto sparisce tutta la giovialità espressa inizialmente e neppure ringraziano per i consigli regalati, comunque convinti che la loro altruistica idea di regalare un cane sia sempre la migliore!
Ma d’altra parte come si può reagire positivamente se la maggior parte delle richieste verte sulla disponibilità immediata del cucciolo e del costo. Dovrebbe essere chiaro e compreso che i nostri piccoli non sono merce esposta in un negozio, che il lavoro che facciamo dalla nascita fino al momento di separarcene è faticoso ma soprattutto colmo di amore per questi piccoli esseri pelosi e il nostro intento, speranza e volontà è quello di  trovare nel mondo la loro bipede anima gemella. Un bipede che li stia attendendo con trepidazione e non veda l’ora di colmare d’amore la propria vita e quella del suo futuro fedele amico quattro-zampe-corte.   
Lo scorso anno avevo scritto un post che già ravvisava un cambiamento nell’approccio delle persone all’acquisto di un Corgi ma a distanza di pochi mesi la situazione è sostanzialmente cambiata e le richieste di questo tipo non si contano. Che poi aldilà della richiesta si tratta anche di persone molte volte maleducate perché qualsiasi risposta diamo non si soffermano un minuto per ringraziare e presuntuose perché, quando si cerca di spiegare la motivazione di un diniego o una richiesta di ulteriori informazioni per cercare di capire le persone che ci troviamo di fronte, reagiscono offesi a morte come se li avessimo accusati di chissà quale gravissimo reato. Persone che non hanno mai avuto cani e sono convinti di sapere quale tipo di soggetto è meglio per loro. Persone che hanno avuto cani e nonostante tu spieghi che il Corgi non è un cane come gli altri se ne fregano e sono convinti di saperne di più di chiunque altro. Persone con figli poco educati che vorrebbero lasciare i miei preziosissimi fagottini pelosi in balia di mostruosi piccoli bipedi perché tanto “sono bambini”. Persone a cui piacciono molto ma li lascerebbero in giardino perché in casa sporcano.

Ecco, a tutte queste e altre che sicuramente ho dimenticato di citare vorrei dire di lasciar perdere, di rivolgersi altrove, di dimenticarsi della nostra esistenza e possibilmente anche di quella dei Corgi in generale perché persone così non giovano alla razza, a questa razza che per essere preservata e migliorata necessita di amore, conoscenza e perseveranza come è stato fatto finora.

giovedì 23 marzo 2017

Prima volta cuccioli...

Ricordo con chiarezza i periodi delle nostre prime cucciolate, quando avevamo già ben chiara l’idea di voler diventare allevatori di Corgi, questa meravigliosa razza che tanto ci aveva colpito e coinvolto. Non è stato così semplice iniziare perché le persone a cui chiedere consigli erano ben lontane da noi e non essendoci internet con cui usare agevolmente smartphone o pc, ogni piccola informazione di cui avevamo bisogno doveva assolutamente passare attraverso le lunghe attese delle lettere postali, le cui risposte, come si può ben si può capire, arrivavano puntualmente a problema risolto, nel bene o nel male. L’uso del telefono era impensabile, poiché presupponeva una conoscenza della lingua che nessuno di noi due possedeva.
Il nostro mentore, la persona che ci ha guidati e formati subendo con pazienza le migliaia di domande che dei giovani ragazzi voraci di informazioni le sottoponevamo è stata davvero per noi una grande guida. Inglese, allevatrice e giudice ci ha sempre consigliato senza imporre le sue idee ma motivandole sempre, come sempre andrebbe fatto per non risultare prevaricanti o per non sortire come con i figli un effetto contrario a quanto viene trasmesso loro come verità assoluta. I nostri primi Corgi sono arrivati dall’allevamento inglese “Shallianne” di Sheila Burgess e come dei bravi allievi cercavamo di seguire tutte le indicazioni che ci dava. Cosa non sempre facile, perché si trattava non solo di tradurre una lingua, ma tutto un mondo cinofilo che non trovava termini di riferimento dalle nostre parti. Giangi divorava ogni tipo di pubblicazione disponibile ovviamente in lingua
inglese, poiché in italiano sui Corgi nulla è mai stato scritto, cercando di dare una risposta ai mille quesiti che febbrilmente si formavano nella sua mente dal momento in cui aveva deciso che quei buffi ma straordinari pelosi avrebbero fatto parte della sua vita per sempre. Non posso dire che sia sempre stato facile ma con buona volontà, tanto rispetto per il nostri Corgini e consigli utili di cui far tesoro abbiamo imparato a essere ciò che siamo.
Ecco, questa è la premessa per iniziare a parlare di un argomento che mi sembra importante in questo momento, un momento in cui in Italia i Corgi sono molti e soprattutto destinati ad aumentare numericamente, senza sapere però se sociologicamente e caninamente parlando, a livello cinofilo, questo fenomeno possa essere definito un fattore positivo o meno.

L’evento chiave si realizza nel momento in cui nella mente del felicissimo proprietario di una Corgina si fa strada il desiderio di riprodurre tanta gioia. Sentimento più che lodevole, però siamo certi che questo sia davvero tutto ciò che serve, insieme alle amorevoli cure per i futuri cuccioli, per “ricreare” esattamente quella piccola gioia a 4 zampe che riempie di vita le vostre giornate? Allevare una cucciolata, scegliere (o non scegliere) i riproduttori, significa sostituirsi a Madre Natura. Madre Natura non sceglie a caso, seleziona il migliore secondo regole precise, alcune delle quali a noi note, altre ancora oggetto di studio, scientifico e filosofico. Comprenderlo appieno ci è forse impossibile, però oggi abbiamo appunto dati precisi che consentono di orientarci sempre con maggiore coscienza verso un allevamento il più possibile consapevole. Si tratta quindi di coscienza etica e di conoscenza, che ne nasce come evidente esigenza. D’altro canto è assai noto nel mondo della cinofilia come nel corso degli anni le
mode legate alle varie razze e il seguente fiorire di cucciolate “casalinghe” e meno curate sul piano della selezione dei riproduttori ne abbiano sempre puntualmente determinato il decadimento sia sul piano morfologico che su quello della salute.
Che fare dunque, se abbiamo voglia di far riprodurre i nostri soggetti e siamo alla nostra prima esperienza e non vogliamo contribuire al decadimento della razza? Come districarsi dunque in questo mondo, tra le mille difficoltà che si incontrano quando si decide di fare una cucciolata con la principessa di casa oppure si è all’inizio di quella che potrebbe essere una futura attività di allevamento? Non possiamo pretendere una conoscenza approfondita a priori: per quella servono anni, passione, costanza perché soprattutto non si finisce mai di imparare. Occorre una guida, un mentore, qualcuno che abbia la conoscenza e il desiderio di condividerla. Questa figura chiaramente dovrebbe essere quella del vostro allevatore, perché ritengo che questo sia uno degli aspetti fondamentali che comporta l’etica di allevare, occuparsi e seguire, aiutare a tracciare la strada di chi ha desiderio di dare il proprio contributo.

Ci sono sicuramente moltissime cose da sapere sia sul piano della pratica che su quello della burocrazia. Non è tutto semplice come sembra e spesso il neofita tende a sottovalutare la realtà di molte problematiche, poiché ne ignora l’esistenza. Tutto inizia dalla scelta del riproduttore, del “marito”, scelta che va effettuata su basi morfologiche, ma anche sulla base di quelle che sono le eventuali certezze sullo stato del suo DNA (come vedremo dopo). Vi sono difficoltà che insorgono durante la gestazione o il parto, vi è infine l’aspetto legislativo e documentale, satollo della burocrazia che in Italia non manca mai, che ti vuole diviso tra denunce di nascita presso enci e asl secondo tempistiche scandite e ovviamente, sempre diverse per i medesimi motivi. Serve iscrivere i nuovi nati presso l’Asl, ma occorre ripetere il tutto presso l’enci per ottenere il pedigree. Diversamente dal concetto più diffuso di pedigree, non si ratta di una carta che nobilita il cane, non è qualcosa che dice che è bello, che è “puro”.
E’ semplicemente la sua carta d’identità. Costa solo 25 euro ma è un pezzo di carta importantissimo perché racconta il vostro peloso, vi dice chi sono i suoi genitori e i progenitori, ne riporta i titoli e i riconoscimenti ottenuti, in alcuni casi anche indicazioni relative a controlli sanitari. Solo che occorre saperlo “leggere”, non solo per quanto riguarda la decodifica delle sigle (!!!!), ma soprattutto perché serve qualcuno che sappia dare un volto a quei nomi, che ne ricordi la morfologia, che conosca ciò che hanno passato negli anni alla loro prole, nel bene e nel male, che sappia integrare con la conoscenza e il ricordo le informazioni del pedigree.
La conoscenza è sempre una grande alleata nelle imprese che si intendono intraprendere! E la conoscenza approfondita del pedigree è il punto di partenza per capire la direzione in cui andare se si intende iniziare ad allevare con cognizione di causa. Purtroppo le azioni fatte inconsapevolmente non portano sempre buoni risultati e nel voler produrre una cucciolata non ci si può affidare alla sorte sperando vada bene. Non ci si può fidare soltanto di quel che
si vede, perché un patrimonio genetico è costituito da caratteristiche dominanti (e quelle si vedono) e una infinità di recessive, che rimangono nascoste nel dna per generazioni sino a che non ne incontrano un’altra di uguale: allora scatta il problema. Sta in “quel che non si vede” la difficoltà dell’allevamento, la necessità dello studio della trasmissione dei caratteri ereditari, delle quattro leggi di Mendel. Ed è proprio la mancata conoscenza della trasmissione delle patologie recessive che, immancabilmente, finisce per determinare l’insorgenza di quelle patologie che poi vengono identificate come “di una determinata razza”. Patologie recessive che condividono con tutte gli altri canini (meticci inclusi), ma che ripetuti incroci scellerati hanno diffuso in maniera esagerata senza che nessuno se ne accorgesse.
Un tempo, mancando molti supporti scientifici il sapere degli allevatori era l’unica fonte a cui attingere per cercare di conoscere il proprio soggetto il più a fondo possibile. Oggi invece per fortuna sono disponibili i test genetici per le varie malattie geneticamente trasmissibili e con una modica spesa, un po’ di pazienza e in maniera del tutto indolore per i nostri quattro zampe si riescono a definire i loro profili genetici almeno in parte e relativamente ad alcune patologie. Avere in mano il risultato di un test genetico però non è tutto, perché bisogna saperne fare un buon uso, bisogna cioè anche qui essere in grado di interpretarlo, metterlo in relazione e compararlo con il patrimonio genetico del peloso che sceglieremo come marito o moglie per il nostro Corgi.
 E ancora una volta torna utile la figura dell’allevatore, colui che vi ha affidato il vostro beniamino. Lui dovrebbe essere depositario di quelle conoscenze che ci servono. Da quelle riportate nel pedigree più o meno chiaramente a quelle genetiche. E’ la persona che sicuramente meglio di tutti conosce la genealogia e le linee di sangue del vostro peloso e vi potrà consigliare al meglio sul riproduttore da scegliere. Sarà anche colui che potrà seguirvi durante la gravidanza della vostra Corgina dissipando strada facendo dubbi e paure su possibili intoppi di percorso e vi aiuterà ad arrivare al fatidico momento preparati al meglio e già con un sacco di consigli per ogni evenienza.

E poi ancora durante la crescita e lo svezzamento dei piccoli, insomma tutti quegli step che sono importanti affinché un cucciolo cresca sano ed equilibrato, pronto per affrontare la bellissima vita futura che lo attende. Sollevandovi quindi il più possibile dagli oneri che sorgono per mancata pratica e lasciandovi liberi di godere appieno della gioia incredibile che reca in casa la nascita di una cucciolata. Gioia immensa, perché la soddisfazione di aver dato il proprio fondamentale contributo alla nascita di piccoli pelosi è davvero impagabile, così come sedersi in mezzo a loro mentre muovono i primi passi, seguirne la crescita. Ma tutto questo non dev’essere l’unico motore che spinge ad affrontare un’impresa di questo tipo perché non è che un elemento, uno dei tanti aspetti che compone quella infinita meraviglia che è una nascita.



lunedì 16 gennaio 2017

Capobranco... il Corgi come il Lupo

Al tempo in cui mi accostai per la prima volta al mondo dei lupi mi parlarono di un leader: “il branco di lupi ha un capo” si diceva, “il branco segue rigide gerarchie!” L'immagine che quindi si formò nella mia fantasia ricalcava molto il mondo di Akela di Kipling, che guardava il suo branco dall'alto della rupe e in realtà quello che poi si trovava scritto nei libri non si discostava molto dalla lettura cartoonistica che ne avrebbe offerto anche Walt Disney qualche anno dopo.

Poi, negli anni, aumentò l'interesse da parte degli studiosi e, grazie all'evoluzione tecnologica che consentiva osservazioni sempre più accurate, unita alla reintroduzione del lupo in vaste aree del pianeta, ci accorgemmo che le cose relativamente alla leadership del branco non sempre andavano come avrebbe voluto il disegno che avevamo in mente di “rigida” gerarchia. Sicché qualcuno iniziò a dimenticarsi il “rigida”, mentre qualcun altro andava osservando che, orrore degli orrori, si osservavano branchi che durante gli spostamenti e la caccia seguivano una femmina! Tutto questo con buona pace dei maschi bipedi, siano essi pure scienziati, che riescono ad estendere la propria necessità “machista” a tutte le specie viventi sul pianeta... e non avevano mai messo in dubbio il tipo di attributi che doveva possedere l'Akela di turno.
Non è stata però una mediazione di tipo politicheggiante, tesa ad accontentare entrambe le fazioni (in questo caso, sessi) in campo a fornire la reale risposta a tutto questo, perché ben presto si capì che in realtà vi era una coppia dominante all'interno del branco, che si aiutava e intercambiava nel guidare gli altri e che, soprattutto, si riproduceva.
Ancora una volta non era la visione più corretta, anche se in questo caso non possiamo onestamente parlare di estensione di retaggi maschilisti o altro da parte degli osservatori. Il problema infatti era semplicemente causato dal fatto che i gruppi che riuscivamo a osservare erano ancora comunque, dopo anni di persecuzioni, abbattimenti delle prede naturali e impoverimento dell'habitat naturale da parte dell'uomo, numericamente
esigui, a differenza di quelli odierni che si sono sviluppati notevolmente grazie appunto agli anni di lavoro di reintroduzione e tutela negli ambienti naturali dove ormai si era quasi o del tutto estinto. L'osservazione di questi gruppi estesi ci ha consentito di studiare in maniera decisamente più approfondita la complessa socialità del lupo, che ancora oggi non smette di stupirci, soprattutto per quel che riguarda i rapporti sociali tra i vari elementi che compongono il branco. Ed è così che anche l'immagine della coppia dominate ha iniziato a vacillare, per aprirsi verso un concetto nuovo di “gruppo dominante” che al suo interno ha dei precisi punti di riferimento (i vecchi “capi”) ai quali spetta l'onere di collettare l'esigenza del gruppo e quindi guidarlo laddove sia più opportuno.
Che, attenzione, si è osservato , non è sempre ciò che desiderano fare coloro che, diciamo, “guidano” il gruppo. Insomma, un bel cambiamento rispetto all'immagine anni 60 del capobranco, stereotipato nella sua forza predominante e caratteristiche simil-ducesche che guidava la vita dei gregari grazie alla forza con piglio impositivo e volitivo, pena la sottomissione tramite lotta. Il capo dei lupi, così come lo si è riuscito a conoscere oggi è più che altro colui che ha la prima e ultima parola, ma che nel pronunciarla si attiene a quelle che sono le esigenze del gruppo, che gli vengono comunicate dagli altri e sancite dal suo gruppo di “fidati” anche di fronte a nuove situazioni. E' quindi colui il quale ha la capacità di interpretare le esigenze di tutti e, valutando la situazione, proporre la risposta migliore, quella cioè che accontenta il branco, che risponde alle esigenze del branco.
Tutto questo ovviamente con il prezioso ausilio della sua cerchia più stretta e del suo compagno o compagna in primis e naturalmente quando non si parla di caccia in senso stretto, unico momento in cui inequivocabilmente con sguardi e movimenti il leader guida il branco a stringere sulla preda. Escludendo questo ultimo caso, si osserva un comportamento dove nell'80% delle volte il leader sembra “accontentare” le esigenze del branco, riservandosi il ruolo di primo assoluto (o primi..) solo nelle situazioni chiave: il momento in cui si accede al cibo (mangia per primo), quello in cui ci si sposta (cammina davanti a tutti), i luoghi che occupa (si siede o sdraia su luoghi più elevati rispetto agli altri e ha una tana tutta sua).


Fermiamoci qui e mettiamo vicino a queste ultime informazioni e percentuali la nostra conoscenza, la quale ci dice che il Corgi è la razza che raggiunge l'età mentale più evoluta, ovvero la più adulta: in altre parole è quasi un lupo adulto, che conosce le regole del branco dei lupi (non più quelle della cucciolata del branco) e vi si attiene. Non vi è traccia nella sua mente del mondo dei cuccioli, non vi sono mamme e fratelli... ci sono altri elementi del branco con cui relazionarsi.

E ancora, fermiamoci qui, sull'immagine del lupo che guarda il capo volgendo la testa e mantenendo il corpo perpendicolare per informarlo che in quella determinata situazione preferirebbe un'altra soluzione. Fermiamoci qui perché non importa se a parole non avete capito il movimento, basta solo che pensiate a come si posiziona e vi guarda il vostro Corgi quando lo richiamate da una situazione che lo attrae... quando magari non ha voglia di rientrare a casa e preferisce starsene fuori a girare in giardino. Guardiamo però anche a quell'80% delle volte in cui il leader “accontenta” i gregari... non assomiglia al ritorno del vostro cane quando lo chiamate? 8 volte su 10 torna, vero? Magari bisogna insistere per le altre due, che riguardano sicuramente situazioni importanti come altri cani con cui giocare o qualche porcheria da raccattare, vero? 

E si fionda sui divani (ricordate i luoghi elevati?) o ci prova, oppure tira al guinzaglio (il capo non può proprio stare dietro quando si esce in perlustrazione!) oppure fa il difficile con la pappa, mangiando solo quando voi gli state vicino o solo dopo che avete aggiunto determinate cose al cibo? Quanti “ahimè sì” vi ho strappato? Più ne avete trovati, più potete star certi di chi sia tra i vostri famigliari quello convinto di comandare. Ma in questo caso non serve preoccuparsi. Come ormai abbiamo capito si tratta di dittatori.... molto democratici!

giovedì 3 novembre 2016

Luoghi ameni, persone speciali, quadrupedi e pelosi...

Non ero sicura di voler partire per questa, seppur breve, vacanza. Breve perché quando gli animali sono parte fondamentale della tua vita non ti consentono, nel bene e nel male, di staccarti da loro per periodi prolungati. Insicura perché la festività che lega questo “ponte” non è tra le mie preferite, perlomeno non per concedermi di essere spensierata come una vacanza richiede. Evoca senza possibilità di scampo le dolorose perdite che ognuno di noi, in misura diversa, ha inevitabilmente subito e alle mie quest'anno, anzi pochi giorni fa, si è aggiunta quella di una mia cugina, quasi mia coetanea, con la quale avevo un profondo legame d'affetto creatosi, per vicissitudini familiari, quando eravamo bambine, ma che si era sempre mantenuto tale nonostante, come spesso accade, non riuscissimo o non avessimo occasione di frequentarci come avremmo voluto.
Inoltre in questa vacanza non avrebbero potuto accompagnarci i pelosi prescelti di turno a causa di una presunta epidemia di Parvovirus che sembra dilagare in alcune regioni del centro Italia tra cui la Toscana, prima meta del nostro piccolo viaggio.
Premesso tutto questo avevamo però davvero bisogno di staccare qualche giorno e vabbè, con questo stato d'animo non proprio propenso allo svago siamo comunque partiti.
Le condizioni atmosferiche perfette ci hanno messo molto presto di buon umore e l'idea di rivedere cari amici ci ha dato la spinta che ci serviva per entrare in quel clima rilassato tipico e necessario di quando non hai nulla di cui preoccuparti se non cosa fare di te stesso in quel preciso istante.

La nostra prima metà è stata la Toscana, terra che tutti amiamo perché è impossibile non sentire senza farsi coinvolgere tutta la sua energia, quella tipica atmosfera a metà tra il mistico e lo spirituale che avvolge ogni cosa: le persone prima di tutto, il paesaggio naturale ma anche urbano, il cibo con i suoi colori e sapori. Ed è proprio nel locale di una caro amico che abbiamo concluso la nostra prima serata. Claudio, del Cenacolo Culturale Kansar a Pietrasanta (Lu), ha cucinato per noi un Caciucco da fine del mondo che assieme alla familiarità e al buon vino ha dato alla nostra serata un senso speciale. Non so come definire questo sentimento... ma rivedere amici,
consolidare rapporti sociali che ti facciano capire quanto sia importante la stima per le persone e quanto siano ancora importanti la condivisione delle idee, il confronto del malessere esistenziale di questo momento storico, e alla fine la consapevolezza che comunque esserci e parlarne ci fa avere fiducia in un domani migliore, in una ulteriore possibilità che ci veda magari anche eroi agli occhi dei nostri figli, capaci insomma di regalargli un futuro, non so se migliore, non so nemmeno se positivo ma comunque un futuro che già mi sembra una gran cosa, ecco tutto questo, forse, semplicemente ti fa sentire parte di qualcosa... grande, piccolo, speciale o insignificante non so ma comunque qualcosa.

Con questo bel fagotto di positività e una notevole scorta di buonissimo olio d'oliva ci siamo diretti in Liguria dove abbiamo soggiornato alla Locanda Barbin di Ne (Ge). I titolari sono Giovanna e Simone, cari amici, che per ovvi motivi di lontananza non vedevamo da nove anni e cioè dal giorno in cui gli affidammo uno dei nostri piccoli, il pelosone Ringo. Ecco, anche loro sono una delle belle “storie” che accompagnano la nostra vita e quello che facciamo. Persone semplici e speciali che hanno dato moltissimo amore al nostro piccolo ma anche ad altri Corgi e ora anche a Penny una meticcia invadente e petulante che però è impossibile non definirla simpatica!
Rivedere i nostri Corgi è sempre commovente e a me piace immensamente perché è come riprendere in mano un puzzle del quale, pur avendo tasselli importanti, ne mancavano alcuni per renderlo completo. Lui è sempre uguale, come lo ricordavamo, un peloso tranquillo, sereno e con una sensibilità straordinaria per i suoi simili e per i bimbi ai quali si avvicina con infinita pazienza nella speranza, come avviene il più delle volte, che dalle loro manine cada qualche avanzo di prelibatezza.  Con i nostri amici e i loro due pelosi, Ringo e Penny abbiamo trascorso una giornata bellissima nel Parco dell'Aveto e precisamente al Lago di Giacopiane. I paesaggi mozzafiato che dall'alto delle piane facevano arrivare la nostra vista fino al mare sono stati una cosa indescrivibile e l'appostamento per riuscire a vedere i branchi di cavalli selvatici che popolano ormai da anni la zona hanno completato la magia di quella giornata. Insomma, mi sentivo davvero intontita da tanta bellezza e ho passato davvero molto tempo a contemplare tutto ciò nel tentativo fare scorta di visioni rigeneranti per l'anima.

Amo molto viaggiare ma mi piace trovare sempre una motivazione a ciò che faccio, è quasi una necessità per non sentirmi inutile nell’universale complessità delle cose.

Quando posso visitare luoghi ameni e bellissimi, rivedere persone care, conoscerne di nuove e naturalmente avere vicino sempre qualche peloso da strapazzare per me si completa un cerchio esistenziale e riesco a dare un senso alla mia vita in quel preciso momento. Con questa sensazione meravigliosa siamo ritornati al caos della nostra famiglia pronti a riprendere le fila della nostra vita quotidiana accompagnata in ogni momento dai nostri amatissimi Corgini.